30 giugno 2026
Gli investitori istituzionali rafforzano il focus su resilienza e diversificazione
È quanto emerge dalla 14esima edizione dell’Invesco Global Sovereign Asset Management Study, che evidenzia l'evoluzione della mentalità degli investitori istituzionali, in un contesto geopolitico che sta ridefinendo le strategie d’investimento a un ritmo senza precedenti; accelera l’adozione degli Etf, utilizzati dal 39% degli intervistati
Secondo la 14esima edizione dello studio annuale di Invesco, “Global Sovereign Asset Management Study” (IGSAMS), gli investitori istituzionali che gestiscono circa 29.000 miliardi di dollari stanno procedendo a una profonda rivalutazione della composizione dei propri portafogli. I risultati evidenziano un cambiamento fondamentale nel modo in cui sia le Banche centrali che i Fondi sovrani bilanciano resilienza, rendimenti e diversificazione in un contesto d’investimento sempre più complesso.
Lo studio, che ha coinvolto 144 istituzioni, tra cui 90 Fondi sovrani e 54 Banche centrali, evidenzia l'evoluzione della mentalità degli investitori istituzionali, in un contesto geopolitico che sta ridefinendo le strategie d’investimento a un ritmo senza precedenti. Dalle tensioni tra Stati Uniti ed Europa in merito alla Groenlandia al conflitto in corso in Ucraina e alle rinnovate tensioni in Medio Oriente, gli investitori sovrani si trovano ad affrontare una complessa rete di rischi che incidono direttamente sulla sicurezza energetica, sulle rotte commerciali e sulle catene di approvvigionamento. Questi fattori stanno determinando un ripensamento radicale della costruzione del portafoglio, ponendo l'accento sulla resilienza e sulla diversificazione.
La resilienza diventa il fulcro della progettazione dei portafogli
La resilienza è passata dall'essere un risultato secondario della diversificazione a diventare un obiettivo strategico nella costruzione dei portafogli. Il 71% delle Banche centrali e il 54% dei Fondi sovrani concordano sul fatto che le considerazioni sulla resilienza stanno assumendo la stessa importanza del rendimento nella progettazione dei portafogli; inoltre, poiché gli shock geopolitici e le mutevoli correlazioni mettono in discussione i modelli tradizionali, gli investitori sovrani stanno riprogettando i portafogli per far fronte a una gamma più ampia di scenari. La resilienza si riflette sempre più nel modo in cui vengono monitorati i portafogli, con l'analisi della concentrazione e i test di scenario che sono ormai al centro dei quadri di valutazione. L'82% delle Banche centrali monitora la concentrazione del rischio e il 76% utilizza l'analisi di scenario, mentre lo stesso vale rispettivamente per il 65% e il 62% dei Fondi sovrani.
I capitali vengono sempre più spesso indirizzati verso asset che combinano resilienza e rendimento. La sicurezza energetica e le infrastrutture per la transizione energetica sono considerate il tema di resilienza più credibile dall'80% degli investitori sovrani, una percezione rafforzata dal potenziamento dell'intelligenza artificiale che sta determinando un cambiamento radicale nella domanda di infrastrutture energetiche e di dati.
L'attenzione alla resilienza si sta estendendo ben oltre la costruzione del portafoglio. Diverse istituzioni hanno dichiarato di stare riesaminando il proprio livello di dipendenza da custodian, controparti e infrastrutture di clearing basati negli Stati Uniti, mentre alcune hanno già avviato l'implementazione di soluzioni alternative.
Se cinque anni fa la localizzazione degli asset in custodia difficilmente rappresentava una considerazione strategica, nel 2026 questo tema è diventato una priorità nell'agenda degli investitori istituzionali.
Benjamin Jones, Global head of research di Invesco, ha commentato: "Il grande cambiamento che osserviamo tra gli investitori sovrani è che la resilienza sta diventando un requisito imprescindibile, non più un semplice elemento auspicabile. In un contesto caratterizzato da shock inflazionistici, frammentazione geopolitica e mercati sempre più concentrati, gli investitori stanno riconsiderando i vecchi presupposti sulla diversificazione e riprogettando i portafogli per far fronte a una gamma più ampia di scenari. Liquidità, governance, simulazioni di scenario e accesso operativo agli asset sono ora in primo piano. Questi investitori non stanno cercando di indovinare il prossimo shock né di abbandonare gli investimenti a lungo termine. Stanno cercando di rendere gli investimenti a lungo termine più duraturi, costruendo portafogli in grado di reggere in una gamma più ampia di scenari, in un mondo in cui la fiducia e la stabilità non possono essere date per scontate".
Investire a lungo termine in un contesto meno favorevole
In un contesto caratterizzato da crescente incertezza, l'investimento di lungo termine assume un'importanza sempre maggiore, ma diventa anche più difficile da perseguire nella pratica. Il 39% dei Fondi sovrani ritiene che il proprio orizzonte d’investimento effettivo sia più breve di quello dichiarato, con la maggiore discrepanza riscontrata tra i Fondi sovrani d’investimento e quelli con passività definite. La capacità di cogliere i premi di illiquidità e le fonti di rendimento a lungo termine dipende dall'impiego del capitale con la pazienza che le istituzioni dichiarano di possedere, e non tutte riescono a farlo nella pratica.
I vincoli variano a seconda del tipo di istituzione. Per le Banche centrali, le esigenze di liquidità e le richieste di liquidità impreviste sono il fattore citato più frequentemente, segnalato dal 61%, in particolare tra le istituzioni dei mercati emergenti che devono affrontare pressioni per la difesa della valuta. Per i Fondi sovrani, la volatilità e la sensibilità al drawdown, nonché le aspettative del consiglio di amministrazione o degli stakeholder, rappresentano i vincoli principali, citati ciascuno dal 37%.
Il capitale sta reagendo a questo contesto ridimensionando la propria esposizione nei confronti dei titoli azionari quotati in borsa. Tra i fondi sovrani, il 65% identifica i mercati privati come undriver chiave di rendimento, e le intenzioni di allocazione netta indicano che le infrastrutture e il credito privato ne saranno i beneficiari più evidenti.
Le infrastrutture hanno raggiunto il 9,0% del patrimonio totale dei Fondi sovrani nel 2026, in aumento rispetto al 4,9% del 2022, diventando così l'asset class alternativa in più rapida crescita nel quinquennio. A livello regionale, i programmi infrastrutturali sono influenzati dalla decarbonizzazione, dalle energie rinnovabili, dalle infrastrutture digitali e dai data center, tutti fattori considerati in grado di contribuire sia alla produttività che allo sviluppo economico a lungo termine.
Il ruolo in espansione degli Etf
Il patrimonio globale degli Etf ha raggiunto circa 19.500 miliardi di dollari alla fine del 2025, con una crescita annua di circa il 15% nell'arco di due decenni (fonte: ETFGI). Il mercato si è esteso ben oltre i fondi azionari passivi, arrivando a comprendere strategie a reddito fisso, attive e tematiche. La crescente domanda da parte degli investitori istituzionali di maggiore flessibilità, liquidità ed efficienza nell'implementazione delle strategie d’investimento ha sostenuto la forte espansione del mercato degli Etf.
Sebbene in passato le Banche centrali e i Fondi sovrani abbiano privilegiato investimenti diretti e soluzioni personalizzate, senza rappresentare un motore significativo della crescita degli Etf, la loro adozione sta accelerando rapidamente. Oggi il fenomeno ha raggiunto una soglia rilevante: il 39% degli investitori intervistati dichiara infatti di utilizzare gli Etf nei propri portafogli.
L'adozione varia in modo significativo a seconda del tipo di istituzione. Il 58% dei Fondi sovrani di investimento e il 53% dei Fondi sovrani di passività (liability) utilizzano gli Etf, rispetto al 31% delle Banche centrali, mentre i Fondi sovrani di sviluppo sono i più selettivi, con il 24%, riflettendo mandati che privilegiano le partecipazioni dirette, le quote strategiche e l'azionariato attivo rispetto a strumenti quotati.
Per le Banche centrali, la struttura ETF offre un canale di accesso a esposizioni che altrimenti richiederebbero maggiori risorse interne, una più ampia infrastruttura di gestione o una maggiore complessità operativa.
Il 67% delle Banche centrali utilizza gli Etf principalmente per l'esposizione strategica, mentre i Fondi sovrani privilegiano impieghi quale asset allocation tattica (64%) e la gestione della liquidità (52%). La facilità d'uso è il fattore principale per le Banche centrali, citata dall'82%, mentre i Fondi sovrani danno priorità alla trasparenza e alla liquidità.
Gli Etf azionari passivi e quelli a reddito fisso passivo sono di gran lunga le forme dominanti in entrambi i gruppi, mentre gli Etf tematici stanno guadagnando terreno, in particolare tra i Fondi sovrani. Gli Etf su materie prime servono a uno scopo specifico per le Banche centrali: un'esposizione efficiente all'oro senza i requisiti operativi del lingotto fisico. Tuttavia, gli Etf attivi sono ancora in una fase iniziale di adozione, con la maggior parte degli intervistati che deve ancora implementarli. Tra i Fondi sovrani, il 7% sta già effettuando allocazioni, ma un ulteriore 26% sta valutando di farlo.
Josette Rizk, Responsabile per il Medio Oriente e l'Africa di Invesco: "Stiamo assistendo a un'assunzione di ruolo sempre più ampio e definito da parte degli Etf nei portafogli sovrani. Le Banche centrali puntano su un accesso efficiente a nuove asset class, mentre i Fondi sovrani li utilizzano per ottenere flessibilità tattica ed esposizioni mirate. L'adozione rimane selettiva, in particolare nelle strategie attive ed ESG, ma la direzione è chiara: gli Etf si stanno evolvendo da semplici strumenti di implementazione a componenti sempre più integrate nella costruzione dei portafogli".
IA: opportunità d’investimento e strumento operativo
L'intelligenza artificiale (IA) è al centro di una tensione crescente per gli investitori sovrani. La convinzione circa la sua importanza strutturale è elevata: il 77% la considera una tecnologia trasformativa con significative implicazioni di crescita su un arco temporale di diversi decenni, mentre solo il 2% ne mette in dubbio l'impatto economico. Tuttavia, tradurre tale convinzione in un'esposizione chiara all'interno del portafoglio si sta rivelando più complesso.
Man mano che l'opportunità si espande oltre il software verso le infrastrutture fisiche, i sistemi energetici e la capacità industriale nazionale, il 52% dei Fondi sovrani indica la concentrazione di mercato come il principale rischio di portafoglio degli investimenti legati all'IA, riflettendo la difficoltà di ottenere un'esposizione senza diventare fortemente dipendenti da un ristretto gruppo di società tecnologiche a grande capitalizzazione.
Le infrastrutture e il potenziamento della produttività sono i percorsi di investimento preferiti, entrambi citati dal 69% dei Fondi sovrani come i temi a lungo termine più convincenti.
L'approvvigionamento energetico viene sempre più identificato come il vincolo determinante per la prossima fase di sviluppo delle infrastrutture di IA, rendendo la geografia e il ritmo di espansione una questione tanto energetica quanto tecnologica.
A livello interno, l'implementazione si sta espandendo rapidamente. Il 69% degli investitori sovrani utilizza l'IA nel proprio processo d’investimento, in aumento rispetto al 33% del 2024. L'uso più comune è per la ricerca e la sintesi delle informazioni, ma viene comunemente utilizzata anche per promuovere l'efficienza operativa, generare idee e supportare il processo decisionale. I progressi sono determinati tanto dai requisiti di sicurezza e riservatezza dei dati quanto dalle capacità tecnologiche, con le istituzioni che creano ambienti isolati per consentire l'implementazione senza esporre i dati sensibili all'esterno.
Le Banche centrali e la ricerca della diversificazione
Le Banche centrali stanno attraversando una fase di trasformazione strutturale nella gestione delle riserve, determinata dall'inflazione, dalla frammentazione geopolitica e dall'evoluzione delle condizioni di mercato. Azioni, obbligazioni societarie e titoli indicizzati all'inflazione stanno tutti suscitando intenzioni di allocazione positive, poiché le Banche centrali guardano oltre il tradizionale reddito fisso, nonostante i vincoli normativi e legislativi che molte di esse devono affrontare nel farlo.
Le preoccupazioni relative al dollaro statunitense si stanno acuendo: il 61% delle Banche centrali concorda sul fatto che i livelli di indebitamento degli Stati Uniti stiano influendo negativamente sulla posizione a lungo termine del dollaro come attività di riserva, in aumento rispetto al 20% del 2024. La diversificazione rispetto al dollaro è reale, ma limitata dall'assenza di un'alternativa credibile su larga scala, rendendo il cambiamento graduale.
L'oro è uno dei beneficiari di questo cambiamento e rimane un pilastro della strategia di riserva delle Banche centrali. Più di un terzo delle Banche centrali prevede di aumentare le allocazioni nei prossimi tre anni. La protezione dall'inflazione è emersa come uno dei principali fattori trainanti, citata dal 72% degli intervistati nel 2026 rispetto al 35% del 2025, insieme al ruolo consolidato dell'oro come copertura geopolitica.