A maggio i principali benchmark azionari statunitensi hanno raggiunto nuovi massimi storici, sostenuti da risultati societari straordinariamente solidi, superiori alle aspettative, dagli investimenti nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture tecnologiche correlate, da dati economici incoraggianti e dall’ottimismo per una possibile soluzione delle tensioni in Medio Oriente. L’indice Nasdaq100, a forte componente tecnologica, ha registrato un rendimento superiore al 10% nel corso del mese, mentre l’S&P 500 ha guadagnato il 5,3%.
Anche i flussi verso gli Etf nell’area EMEA sono stati particolarmente robusti, con 45 miliardi di dollari di nuova raccolta netta (Nna) nel mese.
Gli Etf azionari hanno attirato 28 miliardi di dollari, pari al 62% dei flussi complessivi, guidati dalle esposizioni azionarie globali: 7,7 miliardi di dollari sono confluiti in strategie All World, mentre altri 4,5 miliardi si sono diretti verso i mercati sviluppati. Le azioni statunitensi “core” si sono collocate al secondo posto per raccolta, con 7,9 miliardi di dollari di nuovi afflussi, destinati principalmente agli Etf sull’S&P 500 e sul Nasdaq100.
Le strategie tematiche hanno continuato a registrare un forte interesse, con 4,3 miliardi di dollari di raccolta netta, mentre gli investitori utilizzano queste esposizioni mirate per esprimere le proprie convinzioni sui principali driver di mercato. Considerato il contesto attuale, non sorprende che tecnologia, difesa e infrastrutture rimangano tra i temi più apprezzati. Anche le strategie azionarie attive hanno registrato una domanda sostenuta, con 2,9 miliardi di dollari di raccolta netta nel mese. Molte delle strategie oggi privilegiate dagli investitori puntano a generare rendimenti superiori al mercato (beta plus), mantenendo al contempo un profilo complessivo vicino a quello del benchmark. È inoltre proseguita la domanda per le strategie Smart beta passive focalizzate su titoli caratterizzati da dividendi più elevati.
Nonostante il forte slancio dei mercati azionari, è stato il comparto obbligazionario a distinguersi in termini di raccolta netta. Titoli di Stato, credito Investment grade, strumenti monetari in euro e dollari e obbligazioni High yield hanno registrato una forte domanda, attirando complessivamente 14 miliardi di dollari in Etf obbligazionari. Ciò equivale al 31% dei flussi netti complessivi, una quota nettamente superiore al peso del reddito fisso nel mercato ETF EMEA, che rappresenta circa il 18% del patrimonio totale gestito.
Le materie prime hanno raccolto 3 miliardi di dollari di nuovi afflussi, con segnali che indicano un crescente interesse per esposizioni più ampie e diversificate piuttosto che per singole commodity.
Le materie prime possono infatti rappresentare uno strumento efficace per la diversificazione di portafoglio e una possibile copertura contro il rischio di aumento dell’inflazione.
Obbligazionario: rendimenti del reddito fisso e copertura del rischio valutario
Il dollaro statunitense ha mostrato una sostanziale stabilità nelle ultime settimane. La sua incapacità di rafforzarsi nonostante il rinnovato interesse per le azioni statunitensi e le tensioni in Medio Oriente potrebbe indicare un ulteriore potenziale di indebolimento qualora tali flussi dovessero rallentare. Per gli investitori obbligazionari, la questione centrale è quindi se coprire il rischio di cambio sul dollaro oppure orientarsi direttamente verso esposizioni denominate in euro.
Sebbene il mercato obbligazionario statunitense sia il più grande e liquido al mondo, gli investitori europei devono valutare attentamente se desiderano mantenere un’esposizione al dollaro o eliminare il rischio valutario attraverso una copertura.
Un secondo elemento da considerare è se il costo della copertura annulli o meno i vantaggi offerti dai rendimenti delle obbligazioni denominate in dollari. Dalla pandemia in poi, la copertura del cambio da dollaro a euro è risultata relativamente costosa e attualmente comporta un costo di circa l’1,6% annuo. Di conseguenza, se il rendimento di un’obbligazione denominata in dollari non supera di almeno l’1,6% quello di un titolo equivalente denominato in euro appartenente alla stessa asset class, potrebbe risultare più conveniente investire direttamente nel mercato europeo.
Due segmenti del reddito fisso in cui le obbligazioni in euro appaiono oggi particolarmente interessanti sono gli Additional Tier 1 (AT1) e i CLO AAA (Collateralized Loan Obligations con rating massimo). Attualmente, il rendimento degli AT1 denominati in dollari è superiore di circa 1 punto percentuale rispetto agli equivalenti in euro, mentre il differenziale per i CLO AAA si attesta intorno all’1,3%. Entrambi i valori risultano inferiori al costo della copertura valutaria. Per questo motivo, gli investitori europei potrebbero trovare più interessante il rendimento offerto dagli Etf denominati in euro rispetto al rendimento implicito degli Etf in dollari, una volta coperto il rischio di cambio verso euro o sterlina. Allo stesso modo, per gli investitori la cui valuta di riferimento è il dollaro, il beneficio derivante dalla copertura del cambio da euro a dollaro, pari a circa l’1,6%, sembra favorire le esposizioni in AT1 e CLO denominati in euro.
Materie prime: l’oro pronto a beneficiare dei dilemmi di politica monetaria
Le Banche centrali si trovano oggi di fronte a una scelta complessa: da un lato contenere l’inflazione, dall’altro evitare un rallentamento dell’economia. Allo stesso tempo, sappiamo che, dopo alcune vendite registrate a marzo, gli Istituti centrali hanno ripreso ad acquistare oro. Entrambi questi fattori rappresentano segnali positivi per il metallo giallo, a condizione che il conflitto non si prolunghi eccessivamente.
L’oro viene spesso considerato una copertura naturale contro le tensioni geopolitiche, tuttavia, nei mesi successivi all’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, il suo prezzo è sceso del 12%.
Le Banche centrali hanno avuto un ruolo importante in questo movimento attraverso due canali principali:
• la vendita di una parte delle riserve auree (gli acquisti netti sono poi ripresi da aprile);
• l’aumento dei tassi d’interesse per contrastare le pressioni inflazionistiche generate dallo shock energetico.
Questo approccio restrittivo (hawkish), che privilegia il controllo dell’inflazione rispetto al sostegno alla crescita economica, è stato reso necessario dagli elevati livelli di debito che caratterizzano molte economie. Come evidenziato dai dati storici, esiste una relazione tra i picchi dei prezzi del petrolio, spesso utilizzati come indicatore dell’intensificarsi delle tensioni geopolitiche, e il deterioramento della correlazione positiva tra petrolio e oro. Può sembrare controintuitivo, ma nel breve periodo l’escalation delle tensioni geopolitiche può contribuire a deprimere il prezzo dell’oro, soprattutto quando induce le Banche centrali ad adottare politiche monetarie più restrittive. Una volta concluso il conflitto, la riduzione della volatilità dovrebbe consentire alle Banche centrali di adottare un approccio più accomodante e di tornare a privilegiare il sostegno alla crescita economica.
In un contesto in cui l’inflazione appare destinata a rimanere superiore agli obiettivi ufficiali ancora per diversi trimestri, questo scenario potrebbe risultare particolarmente favorevole per l’oro, soprattutto considerando che le Banche centrali continuano ad aumentare le proprie riserve di metallo prezioso.
(Analisi a cura di Fabrizio Arusa, Head of ETF, Italy di Invesco)