Negli ultimi decenni, gli investitori hanno potuto spesso trascurare i rischi politici. Un problema per i mercati emergenti e, al massimo, una fonte di scosse sporadiche, ma non un fattore in grado di incidere in modo sostanziale sulla costruzione dei portafogli. Oggi, però, questo presupposto non regge più. La geopolitica plasma ormai il contesto macroeconomico, i trend d’investimento e l’allocazione del capitale.
Ho già visto transizioni simili in passato. La mia carriera è iniziata aiutando le aziende a orientarsi nella politica instabile dell’Africa subsahariana, prima che la Brexit e il primo mandato di Trump portassero il rischio politico anche in Occidente, dove molte imprese non erano preparate ad affrontarlo. Più volte ho osservato come il rischio politico passasse dalla periferia al centro delle preoccupazioni aziendali, cambiando la strategia delle imprese.
Siamo arrivati a un punto di svolta. La geopolitica sta diventando parte integrante del processo d’investimento e gli investitori devono adattare il proprio approccio.
Secondo la nostra valutazione interna dell’intensità dei conflitti e della capacità di risolverli diplomaticamente, il rischio geopolitico è oggi al livello più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale. I dati del grafico 1 indicano un ritorno a un rischio di conflitto persistentemente elevato.
Grafico 1: I modelli di conflitto tipici degli anni ’30 e ’40 sono tornati: tensioni significative e conflitti esistenziali su vasta scala – Modello originale (1918-2020)
Note: (1) Il cluster Esistenziale (rosso) riflette conflitti caratterizzati da lunga durata, violenza totale e assenza di mediazione, come si è visto nella Seconda Guerra Mondiale, in Corea e in Vietnam. I conflitti attuali, tra cui quelli a Gaza, in Ucraina e le crisi in corso legate all’Iran, si concludono con rapidi cessate il fuoco o rimangono irrisolti grazie a un’attiva mediazione internazionale, divergendo strutturalmente dal punto centrale del cluster “Esistenziale”. (2) La media mobile su 12 mesi attenua i picchi a breve termine: la probabilità “Esistenziale” grezza raggiunge il 43% tra marzo e aprile 2026, ma viene abbassata dalla media dei mesi precedenti, caratterizzati da valori inferiori.
A guidare questa fase sono fattori come la guerra economica e la competizione tra Stati Uniti e Cina. Le relazioni internazionali sono oggi segnate da un’erosione della fiducia, come dimostra un aumento del 41% della spesa globale per la difesa nell’ultimo decennio. Il clima di bassa fiducia spinge i Paesi ad aumentare la propria leva strategica e a ridurre le dipendenze. Il commercio senza attriti, la libertà di navigazione, i confini nazionali, l’energia e la connettività non possono più essere dati per scontati. Basta un peschereccio ostile che trascini un’ancora per tagliare cavi sottomarini di comunicazione critici o per posare mine in una via d’acqua strategica.
Il passaggio dall’efficienza alla resilienza, dall’integrazione globale al controllo, e dal dividendo della pace al premio per la sicurezza ha conseguenze dirette per gli investitori.
In primo luogo, la geopolitica è diventata una variabile macroeconomica e di mercato. Gli sviluppi geopolitici influenzano ora la politica fiscale e industriale, la spesa pubblica, le decisioni sui tassi d’interesse e le scelte delle imprese.
I mercati si confrontano sempre più spesso con tensioni elevate che alimentano rischi inflazionistici, premi per il rischio più alti e volatilità persistente. Come mostrano gli sviluppi in Medio Oriente, le aspettative su crescita, inflazione, liquidità e politica economica possono cambiare rapidamente, imponendo agli investitori continui aggiustamenti.
In secondo luogo, la geopolitica sta ridisegnando i trend d’investimento e i flussi di capitale. Questa dinamica emerge chiaramente osservando cosa guida la performance delle asset class, le dinamiche regionali e i possibili vincitori e perdenti del nuovo scenario.
Tra le asset class più performanti del 2025, tra cui oro, azioni e alcune aree dei mercati emergenti, alcune sono state trainate proprio dalla geopolitica. La ricerca di diversificazione in un mondo multipolare, la fiducia nell’oro come riserva di valore e la spesa per difesa e intelligenza artificiale (IA) alimentata dalla competizione. Vista con la tradizionale lente “risk on/risk off”, questa combinazione può sembrare contraddittoria, ma letta in chiave geopolitica, fa parte della stessa storia.
Il boom degli investimenti nell’IA è rafforzato dalle rivalità geopolitiche, mentre crescono i timori di una corsa “winner takes all” tra Stati Uniti e Cina, che intensifica la spinta a investire e innovare, nonostante le preoccupazioni sull’impatto sociale di queste tecnologie.
Sempre più spesso, sarà la geopolitica a influenzare anche la regolazione dell’IA. Il governo statunitense ha recentemente limitato l’accesso dei modelli di IA più recenti di Anthropic agli utenti non americani, mentre le autorità olandesi hanno bloccato l’acquisizione di un’azienda locale da parte di una società statunitense per timori legati alla sovranità dei dati.
Le lezioni apprese dalle guerre in Ucraina e in Iran stanno spingendo i governi a investire nell’intero spettro della difesa, dalla guerra “tradizionale” ai droni fino alle tecnologie spaziali. Se un drone costa poche migliaia di dollari, l’intercettore necessario per abbatterlo può arrivare a costare milioni. Nel frattempo, i governi devono anche accogliere le istanze di cittadini sempre più insofferenti. Di conseguenza, la spesa pubblica resterà elevata, nonostante la pressione sui conti pubblici.
I mercati obbligazionari potrebbero subire pressioni per effetto di deficit più ampi e maggiori esigenze di finanziamento. Questo potrebbe mantenere alti i costi di indebitamento e rendere i bond coperture meno affidabili nei momenti di stress. Il divario tra governi forti e governi deboli potrebbe ampliarsi, favorendo i Paesi o le aree sostenuti da istituzioni più capaci di adattarsi.
L’Europa, pur dovendo affrontare numerosi venti contrari, potrebbe emergere come un attore geopolitico più forte. Per avere una possibilità in un mondo segnato da rapporti di forza sempre più intensi, l’Unione europea ha poche alternative all’uso del proprio peso economico come leva politica. La trasformazione militare in corso in Germania, nei Paesi nordici, nei Paesi baltici e in Ucraina sta creando una nuova realtà, che con ogni probabilità porterà anche a una maggiore integrazione politica ed economica. In un contesto in cui la fiducia è una risorsa sempre più scarsa, le istituzioni del continente continuano ad averla, e questo, con ogni probabilità, sarà premiato dagli investitori.
Anche il Giappone beneficia di dinamiche simili, perché la geopolitica consente al governo di portare avanti riforme interne e investimenti nell’industria, nella difesa e nelle catene di approvvigionamento critiche.
Anche le azioni risentono dei cambiamenti geopolitici, poiché resilienza, diversificazione e controllo diventano ora criteri di selezione. Le società esposte ai temi dell’indipendenza energetica (come solare, nucleare e investimenti nelle reti), della sovranità tecnologica (server locali, satelliti, sviluppo domestico di chip), oltre che della sicurezza e della produzione farmaceutica, sono destinate a beneficiarne.
I vincitori saranno le aziende abbastanza agili da adattarsi alle nuove realtà geopolitiche e alle catene di fornitura in evoluzione. Per esempio, le società di logistica potrebbero presto dover riconsiderare la propria strategia, poiché lo Stretto di Hormuz è destinato a rimanere un punto caldo geopolitico.
Il punto è che il mondo a bassa fiducia non rappresenta uno shock temporaneo: è una realtà destinata a durare. La geopolitica continuerà a influenzare in modo strutturale gli
input che alimentano il processo d’investimento.
Oggi, diversificare non significa più soltanto detenere un mix di azioni, obbligazioni e asset alternativi; occorre considerare anche alleanze geopolitiche, vulnerabilità e opportunità. Per questo, gli investitori devono ora integrare l’analisi geopolitica nelle proprie visioni macroeconomiche, nell’asset allocation e nella costruzione dei portafogli.
(Analisi a cura di
Anna Rosenberg, Head of Geopolitics, Amundi Investment Institute)