20 luglio 2026

Le ragioni di un rinnovato approccio agli investimenti globali

Un’analisi di Franklin Templeton evidenzia che i mercati emergenti, insieme ad altri mercati sviluppati non statunitensi, siano ben posizionati per contribuire a una migliore performance dei portafogli nel prossimo anno e, con ogni probabilità, anche su un orizzonte temporale più lungo

Qualsiasi riflessione sui mercati emergenti deve partire da una considerazione più ampia sul ruolo degli investimenti globali. L'allocazione internazionale del capitale non rappresenta soltanto uno strumento di diversificazione geografica: oggi è sempre più guidata dai cambiamenti nei rendimenti assoluti e relativi che orientano i flussi di capitale a livello mondiale, dalla ricerca di nuove opportunità d'investimento e dalla necessità di identificare e gestire i rischi di concentrazione.
In questo contesto, un approccio attivo all'allocazione internazionale può contribuire a rafforzare i portafogli istituzionali, offrendo al tempo stesso una solida giustificazione strategica per l'inclusione dei mercati emergenti.

Negli ultimi quindici anni, nel periodo spesso definito di "eccezionalismo statunitense", dalla crisi finanziaria globale fino alla metà dell'attuale decennio, gli investitori hanno progressivamente concentrato le proprie allocazioni sui mercati azionari e obbligazionari statunitensi. Una scelta comprensibile, alla luce delle performance superiori, sia in termini assoluti sia corretti per il rischio, offerte dagli asset Usa.
Questa sovraperformance è stata sostenuta da fondamentali solidi: crescita economica robusta, istituzioni stabili, elevata liquidità dei mercati, forte capacità innovativa e livelli di redditività aziendale senza precedenti.

Tuttavia, con il passare del tempo, i rendimenti dell'azionario statunitense sono diventati sempre più concentrati su un numero limitato di società mega cap, che oggi rappresentano una quota crescente dei principali indici ponderati per la capitalizzazione di mercato. Le preoccupazioni legate a questa concentrazione, unite al miglioramento delle performance in altre aree geografiche, hanno spinto molti investitori a guardare nuovamente oltre gli Stati Uniti.
Nell'ultimo anno, infatti, i mercati azionari europei, giapponesi ed emergenti, così come il debito dei Paesi emergenti, hanno registrato, in diverse fasi, risultati superiori rispetto a quelli dei mercati azionari e obbligazionari statunitensi. Queste dinamiche hanno contribuito a riportare l'attenzione sulle opportunità offerte dai mercati globali e, in particolare, da quelli emergenti.

Il rinnovato interesse verso gli investimenti internazionali è alimentato anche dalla crescente divergenza tra le politiche economiche e monetarie delle diverse aree del mondo. Prima del conflitto tra Stati Uniti e Iran, la Federal Reserve mostrava un orientamento favorevole a possibili tagli dei tassi, la Banca centrale europea aveva sospeso il proprio ciclo di allentamento monetario, la Bank of Japan aveva già avviato con cautela un percorso di rialzi e diverse Banche centrali dei mercati emergenti erano pronte a ridurre i tassi grazie al calo dell'inflazione.
Queste differenze di orientamento hanno contribuito, dall'inizio del 2025, all'indebolimento del dollaro statunitense, rafforzando l'attrattiva dei mercati non statunitensi, inclusi quelli emergenti.

Lo scoppio del conflitto e le difficoltà nel traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz hanno successivamente modificato le aspettative di mercato. Oggi la Federal Reserve e molte Banche centrali emergenti mantengono un atteggiamento attendista, mentre Bce e BoJ mostrano una maggiore propensione a un irrigidimento della politica monetaria. Di conseguenza, volatilità, correlazioni e rendimenti hanno registrato variazioni significative. Rimane però valido il principio di fondo: la divergenza delle politiche monetarie crea opportunità per una riallocazione tattica del capitale.

Le differenze non riguardano soltanto la politica monetaria. Per molti aspetti, la divergenza fiscale appare ancora più rilevante. Negli Stati Uniti sono previsti consistenti deficit strutturali di bilancio per il prossimo decennio; analogamente, il nuovo governo giapponese prevede ulteriori misure di stimolo fiscale, mentre Germania e Unione Europea stanno ampliando il proprio sostegno alla crescita.
Al contrario, numerosi Paesi emergenti hanno perseguito negli ultimi dieci anni politiche fiscali più disciplinate e ortodosse. Il risultato è un progressivo miglioramento dei fondamentali creditizi sovrani, sia in termini assoluti sia relativi. Questa evoluzione favorisce una riduzione strutturale dei premi per il rischio e potrebbe tradursi in tassi d'interesse nominali e reali più bassi, oltre che in valute emergenti più forti.
Da un lato, ciò sostiene direttamente i rendimenti del debito emergente, dall'altro, aumenta la resilienza complessiva di molte economie emergenti, rafforzandone l'attrattività per gli investitori internazionali.

Come evidenziato, negli ultimi anni i mercati globali, compresi quelli emergenti, hanno attraversato diverse fasi di sovraperformance rispetto ai mercati azionari ed obbligazionari statunitensi. Si tratta di un elemento particolarmente significativo, se si considera che, per gran parte degli ultimi quindici anni, la leadership degli Stati Uniti è stata pressoché incontrastata.
Un confronto tra le frontiere efficienti dei portafogli con e senza esposizione ai mercati emergenti dal 2010 mostra infatti che, nel periodo considerato, tali allocazioni hanno contribuito in misura limitata al miglioramento dei rendimenti corretti per il rischio.
Riteniamo però che queste evidenze storiche siano destinate a cambiare. Il miglioramento dei fondamentali dei mercati emergenti sta modificando le aspettative di rendimento sia in termini assoluti sia relativi a loro favore.

Sulla base delle nostre stime sui rendimenti attesi nei prossimi dodici mesi, che includono azioni e obbligazioni sia dei mercati sviluppati sia di quelli emergenti, emerge chiaramente uno spostamento verso l'alto e verso sinistra della frontiera efficiente quando si confronta un portafoglio composto esclusivamente da mercati sviluppati con uno che integra anche i mercati emergenti.
Per questo motivo, riteniamo che i mercati emergenti, insieme ad altri mercati sviluppati non statunitensi, siano ben posizionati per contribuire a una migliore performance dei portafogli nel prossimo anno e, con ogni probabilità, anche su un orizzonte temporale più lungo.
(Analisi a  cura di Larry Hatheway, Head of Research di Franklin Templeton Institute)