La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran si accompagna alle minacce sui principali snodi del commercio energetico globale, in particolare lo Stretto di Hormuz e, più recentemente, Bab el-Mandeb.
Il prezzo del petrolio (Brent) è tornato ad avvicinarsi ai 100 dollari al barile, un livello elevato ma ancora distante dai picchi delle grandi crisi energetiche e molto inferiore alle stime formulate nelle prime settimane del conflitto. Quali fattori hanno mitigato l’impatto della guerra? Cosa è cambiato nell’economia globale?
Innanzitutto, le riserve hanno giocato un ruolo fondamentale: importanti quantità di greggio erano state accumulate prima dell'inizio delle ostilità e sono state utilizzate ampiamente, riducendo la domanda e stabilizzando il mercato.
Un altro elemento riguarda i cambiamenti accelerati dalla pandemia: il lavoro da remoto, la riduzione dei viaggi d'affari e l'aumento dell'efficienza energetica nelle economie avanzate.
Non sorprende quindi che l'Agenzia Internazionale dell'Energia abbia recentemente rivisto al ribasso le proprie stime sulla domanda globale di petrolio, prevedendo una contrazione dei consumi mondiali di circa 1,1 milioni di barili al giorno nel 2026.
In particolare, la Cina ha ridotto le importazioni di petrolio da 12 a 7 milioni di barili al giorno dall’inizio della guerra.
Sul fronte dell’offerta, sfruttando infrastrutture di trasporto terrestre e gasdotti esistenti, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno parzialmente aggirato lo Stretto di Hormuz.
In parallelo, gli Stati Uniti hanno aumentato le esportazioni, superando i 5 milioni di barili al giorno a giugno. Inoltre, gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’OPEC, seguendo le mosse del Qatar, segnalando la volontà di massimizzare i volumi.
Oltre alle dinamiche della domanda e dell’offerta, hanno giocato un ruolo anche le aspettative. Il mercato ha percepito lo shock come temporaneo: l’Iran non può sostenere a lungo un’interruzione delle esportazioni di petrolio e, con le elezioni di novembre negli Stati Uniti, il costo della benzina resta uno degli indicatori più osservati dall'elettorato.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha ribadito che gli Stati Uniti restano aperti a una soluzione diplomatica, e Trump questa settimana ha affermato che i prezzi del petrolio scenderanno, dicendo: “datemi solo un po’ di tempo”.
Sul piano strutturale, le economie avanzate sono poi molto meno energivore rispetto al passato. Negli Stati Uniti, ad esempio, la quota di spesa delle famiglie destinata all'energia è scesa sotto il 4%, rispetto a oltre il 7% degli anni Ottanta.
Questo spiega perché l'impatto sull'inflazione è rimasto relativamente contenuto: a giugno l’inflazione è scesa al 3,5% negli Stati Uniti e al 2,8% nella zona Euro. Non si è verificato un cambiamento nelle contrattazioni salariali tale da generare circoli viziosi.
Per le Banche centrali il dato più importante è l’inflazione di fondo (Core), che esclude l’energia, e sia per Stati Uniti che per la zona Euro si attesta intorno al 2,5%.
L’ondata di inflazione del 2022, in parte dovuta alla guerra in Ucraina, ha aumentato la sensibilità delle Banche centrali, criticate per aver alzato i tassi d’interesse troppo tardi. Tuttavia, oggi devono evitare reazioni eccessive a movimenti episodici dei prezzi che potrebbero compromettere la crescita.
Per questo motivo riteniamo che i mercati stiano sovrastimando la necessità di ulteriori strette monetarie: i rendimenti a due anni da fine febbraio sono saliti di 0,7/1 punto percentuale per Treasury, Bund, BTp e Gilt.
Tuttavia, la Federal Reserve appare orientata a mantenere invariati i tassi nel breve termine. La Bce, che ha recentemente effettuato un rialzo di 25 punti base, sembra vicina al picco dei tassi. Anche la Bank of England dovrebbe mantenere un atteggiamento attendista.
Questa discrepanza tra la reazione del mercato obbligazionario e le probabili mosse delle Banche centrali rende interessante bloccare rendimenti a media scadenza.
Gli shock geopolitici non vanno mai sottovalutati, ma l’esperienza insegna che le conseguenze economiche sono spesso meno drammatiche di quanto si tenda a immaginare nei momenti di maggiore tensione.
(Analisi a cura di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer, UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia)