Ci sono pochi Paesi che incarnano le contraddizioni dell’economia globale quanto il Giappone. Ha il debito pubblico più elevato del mondo sviluppato, circa il 230% del Pil, e una valuta che da 15 anni continua a indebolirsi. Eppure è anche il maggiore creditore globale e la casa di alcune delle aziende più competitive del pianeta.
Dopo decenni passati a combattere la deflazione, a luglio l’inflazione ha toccato il 2% e ora gli investitori ritengono che la Banca del Giappone sia in ritardo nel contenerla. Infatti, il tasso di riferimento è attualmente intorno all’1% e le aspettative sono che possa raggiungere l’1,5% solo tra 6/12 mesi.
Dopo il forte indebolimento dello yen dall’inizio dell’anno, la settimana scorsa il Ministero delle Finanze e le autorità statunitensi sono intervenuti per sostenerlo mettendo a segno il primo intervento coordinato dal 2011. L’impatto è stato notevole: il cambio Usd/Jpy è sceso di circa l'8% in due giorni e, secondo alcune stime, il Giappone potrebbe aver impiegato fino a 36 miliardi di dollari in una sola giornata, mentre gli Stati Uniti hanno venduto euro per acquistare yen.
L’azione coordinata ha tuttavia cambiato poco dal punto di vista dei fondamentali e lo yen continua a essere una delle valute meno remunerative al mondo per via dei bassi tassi d’interesse, ancora inferiori all’inflazione.
È per questo motivo che da molti anni hedge fund e operatori speculativi si finanziano in yen per acquistare attività con rendimenti più elevati: Treasury americani, credito, azioni. È il carry trade, una delle strategie più affollate della finanza globale. Ma, mentre il resto del mondo prende in prestito yen per speculare, il Giappone presta denaro al resto del mondo.
Alla fine del 2025 la posizione patrimoniale netta sull'estero, che misura la differenza tra le attività estere detenute dai residenti di un Paese e le attività domestiche possedute da investitori stranieri, si attestava a circa 3.500 miliardi di dollari, un record storico.
Nessun altro Paese possiede un ammontare di attività finanziarie nette estere comparabile. Il Giappone ha una posizione positiva nell’ordine di oltre il 90% del Pil, contro una posizione negativa degli Stati Uniti vicina al –90% del Pil. Cina ed Eurozona hanno posizioni positive nell’ordine del 10/20% del Pil.
Tant’è che il Giappone è il maggiore detentore estero di Treasury americani. A maggio 2026 possedeva circa 1.143 miliardi di dollari di titoli del Tesoro Usa. Al secondo posto figurava il Regno Unito con circa 949 miliardi, seguito dalla Cina con circa 659 miliardi.
Non sorprende quindi che gli Stati Uniti abbiano deciso di collaborare a sostenere lo yen. Se per difendere la valuta la Banca del Giappone fosse costretta a liquidare una parte delle proprie riserve in Treasury, i rendimenti americani potrebbero salire ulteriormente.
Anche il debito pubblico giapponese racconta una storia apparentemente contraddittoria: ha raggiunto un livello che in qualunque altra economia sviluppata provocherebbe probabilmente una crisi di fiducia. Eppure il mercato continua a considerarlo sostenibile.
La ragione è semplice: il Giappone deve principalmente denaro a se stesso. La maggior parte del debito è detenuta all'interno del Paese, direttamente o indirettamente, da famiglie, banche, assicurazioni, fondi pensione e dalla stessa Banca centrale. Gli investitori esteri detengono solo una quota limitata dello stock complessivo.
In questo contesto, che direzione potrebbe prendere lo yen e quali implicazioni ci sarebbero per altre asset class?
In sostanza, ci aspettiamo che resti vicino ai livelli attuali rispetto al dollaro nei prossimi mesi.
Per gli investitori azionari la debolezza della valuta non è necessariamente una cattiva notizia. Le grandi società quotate giapponesi sono forti esportatrici e una quota significativa dei ricavi delle società del Nikkei proviene dall'estero. Aziende come Toyota, Sony, Hitachi, Mitsubishi Heavy Industries o Keyence aumentano vendite e margini quando lo yen si indebolisce.
Al contrario, un rafforzamento brusco dello yen potrebbe comprimere gli utili e creare volatilità.
Per esempio, a fine luglio 2024 la Banca del Giappone ha aumentato il tasso ufficiale dallo 0,10% allo 0,25% e ridotto le immissioni di liquidità. La valuta si è rafforzata bruscamente e il Nikkei 225 è crollato di circa il 12% in una sola seduta.
Al momento siamo costruttivi sul mercato azionario giapponese, che beneficia anche di riforme della governance e di racquisti di azione proprie da parte di molte società quotate.
Il paradosso di Tokyo, dunque, è che il mondo considera lo yen una valuta debole, mentre il Giappone resta una superpotenza finanziaria. Ha lo Stato più indebitato del mondo sviluppato, ma è anche il più grande creditore internazionale. E mentre gli investitori prendono in prestito yen per cercare rendimenti altrove, sono proprio i risparmi giapponesi a sostenere buona parte dell'architettura finanziaria mondiale.
(Analisi a cura di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer, UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia)