I mercati emergenti stanno vivendo, senza troppo clamore, il loro miglior decennio da una generazione, ma la maggior parte degli investitori globali continua a non averne abbastanza in portafoglio. Oggi investire nei mercati emergenti non significa più puntare sulla solita vecchia idea di un’opportunità a crescita elevata e valutazioni contenute. È una storia molto più interessante: quella di un gruppo di Paesi e società passati dai margini dell’economia globale al suo centro, dove i numeri confermano ciò che si osserva sul campo.
Un’opportunità che si è trasformata
Quindici anni fa, oltre un terzo dell’universo azionario dei mercati emergenti era concentrato nei settori della “old economy”: energia, materiali e industriali. Oggi il peso di questi settori si è più che dimezzato, scendendo al 15%, mentre i settori della “new economy”: tecnologia, consumi, salute e servizi di comunicazione, rappresentano il 64% (vedi grafico 1). Nello stesso periodo, l’universo delle società di qualità elevata, ossia quelle con un rendimento del capitale proprio superiore al 15%, è più che triplicato (fonti: FactSet, MSCI, al 31 marzo 2026).
Grafico 1: La struttura dei mercati emergenti è cambiata: il peso dei settori della “new economy” è quasi raddoppiato

Fonti: MSCI, FactSet, sulla base delle ponderazioni dell’indice MSCI Emerging Markets a giugno 2026. Nota: La “nuova economia” è definita dai settori dei beni di consumo discrezionali, beni di prima necessità, sanità, information technology e servizi di comunicazione. La “vecchia economia” è definita dai settori energia, materiali e industriali.
Questo cambiamento è evidente nei singoli mercati: Taiwan e Corea sono i maggiori fornitori mondiali di semiconduttori avanzati e chip di memoria utilizzati nei data center per l’intelligenza artificiale. La Cina domina i mercati dei veicoli elettrici e delle batterie impiegate nei trasporti e nei sistemi di accumulo dell’energia. L’India produce gran parte dei vaccini utilizzati a livello globale e fornisce una quota significativa dei servizi software in outsourcing. Non si tratta più di economie emergenti che esportano materie prime e componenti, ma di Paesi che realizzano prodotti finali ad alto valore aggiunto destinati alla quarta rivoluzione industriale.
I mercati emergenti nella tua vita quotidiana
I mercati emergenti sono una presenza importante nella tua vita quotidiana. Quando usi l’auto per andare al lavoro o fare acquisti, fai affidamento su semiconduttori avanzati, materie prime critiche e, spesso, batterie prodotte nei mercati emergenti. Il caffè che bevi, lo smartphone che utilizzi e i servizi digitali da cui dipendi hanno tutti origine in Paesi che oggi rappresentano un motore fondamentale della crescita economica globale e dell’innovazione.
Ciò che rende particolarmente interessante questa opportunità d’investimento è il divario tra la loro rilevanza e l’attenzione che spesso ricevono dagli investitori. Pur continuando a svolgere un ruolo centrale, le economie sviluppate non saranno le principali protagoniste della futura espansione economica mondiale, che secondo le previsioni sarà trainata in larga misura dai mercati emergenti. Questi Paesi investono il 32% del Pil in infrastrutture, tecnologia e innovazione, creando le basi per una maggiore capacità produttiva e opportunità di crescita nel lungo termine (fonte: Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook, aprile 2026).
La crescita degli utili e le valutazioni: perché i mercati emergenti meritano attenzione
Nel lungo periodo, il principale motore dei rendimenti azionari è la crescita degli utili. Per il 2026, gli utili delle società dei mercati emergenti sono attesi in crescita del 50%, quasi il doppio rispetto a quelli statunitensi (fonti: FactSet, MSCI, al 29 aprile 2026). Dopo un decennio perduto per gli utili tra il 2012 e il 2022, fattori strutturali oggi sostengono una crescita annualizzata degli utili per azione vicina al 40% nei prossimi due anni (fonte: ibid). Nonostante queste prospettive favorevoli, i mercati emergenti continuano a essere scambiati con uno sconto del 38% rispetto ai mercati sviluppati in termini di rapporto prezzo/utili (vedi grafico 2).
Grafico 2: I mercati emergenti registrano la più elevata crescita degli utili a 2 anni

Nota: la dimensione dei cerchi riflette la capitalizzazione di mercato.
Fonti: MSCI, FactSet, al 30 giugno 2026.
C’è inoltre un nuovo elemento a favore di questa tesi d’investimento: le società dei mercati emergenti, soprattutto in Cina e Corea, prestano una crescente attenzione agli interessi degli azionisti. In Cina, alle imprese statali è richiesto di conseguire rendimenti del capitale proprio più elevati. In Corea, una nuova legge commerciale ha rafforzato la responsabilità degli amministratori nei confronti degli azionisti e ha introdotto una riforma della fiscalità sui dividendi. I rendimenti netti derivanti dai riacquisti di azioni proprie (buyback), rimasti negativi per anni nell’intera regione, sono tornati in territorio positivo per la prima volta nell’ultimo decennio.
I dubbi più frequenti sui mercati emergenti
Il divario di volatilità rispetto ai mercati sviluppati si è ridotto drasticamente: da sette punti percentuali registrati dieci anni fa a un solo punto oggi. Anche la volatilità valutaria è scesa, passando dal 9% al 5% (vedi grafico 3), e continua a diminuire (fonte: Franklin Templeton Capital Market Insights Group, al 31 marzo 2026).
Grafico 3: Volatilità valutaria dell’Msci EM Index (media mobile annualizzata a 5 anni)

Fonti: MSCI, FactSet, al 30 giugno 2026.
Serve un dollaro più debole per ottenere rendimenti?
Non necessariamente. Storicamente, i mercati emergenti hanno registrato le migliori performance settimanali quando il dollaro è rimasto stabile o si è mosso all'interno di un intervallo considerato normale.
Che cosa è cambiato?
Molti mercati emergenti sono diventati sempre più autosufficienti sul fronte dei finanziamenti e più disciplinati dal punto di vista delle politiche economiche, grazie a Banche centrali più solide, maggiori riserve, valute più flessibili e una base di investitori locali più ampia.
Le aspettative sugli utili sono troppo ottimistiche?
Le previsioni di crescita degli utili restano elevate. Il principale motore è il boom degli investimenti nelle infrastrutture legate all'intelligenza artificiale, che sostiene in particolare i settori dell'information technology e degli industriali. Un fattore da monitorare attentamente, ma non da sottovalutare.
Il posizionamento completa il quadro
I mercati emergenti rappresentano il 12% dell’Msci All Country World Index, ma solo il 5,8% delle allocazioni degli investitori globali (vedi grafico 4), ben sotto il 13% registrato nel 2010 (fonti: MSCI, JP Morgan, al 2 aprile 2026). Gli investitori internazionali continuano quindi a essere sottopesati a un'asset class che genera la maggior parte della crescita economica mondiale, una quota significativa della produzione di beni strategici (semiconduttori, batterie, idrocarburi e pannelli solari.) a livello globale e che presenta le previsioni sugli utili più elevati.
Riconosciamo che nell’ultimo anno i flussi verso le azioni dei mercati emergenti sono tornati positivi (fonte: JP Morgan, al 2 aprile 2026.), ma le allocazioni degli investitori globali restano ancora ampiamente inferiori ai livelli medi degli ultimi dieci anni. I flussi non sono l’elemento che avvia i rialzi dei mercati azionari, ma contribuiscono a consolidarli.
Grafico 4: Quota dei mercati emergenti nel patrimonio gestito globale (AuM) rispetto al peso nell’indice Msci AC World

Fonti: EPFR Global, MSCI, Refinitiv Eikon, J.P. Morgan, al 31 dicembre 2025.
Uno sguardo ai rischi
Come nei mercati sviluppati, anche l’investimento nei mercati emergenti comporta dei rischi. Le previsioni sugli utili potrebbero rivelarsi troppo ottimistiche, le valute potrebbero indebolirsi e le riforme in materia di governance societaria potrebbero subire un’inversione di tendenza. Tuttavia, i livelli di valutazione dei mercati emergenti offrono un margine di sicurezza che potrebbe contribuire a contenere i ribassi qualora uno di questi rischi si concretizzasse.
Mantenere una visione negativa sui mercati emergenti nei prossimi 12 mesi presuppone che gli investimenti nell’intelligenza artificiale da parte degli hyperscaler statunitensi subiscano una significativa contrazione, che il dollaro si rafforzi in modo marcato e che la resilienza dell’economia statunitense venga meno. Sebbene ciascuno di questi scenari sia possibile, in un contesto simile il potenziale ribasso per i mercati azionari sviluppati sarebbe probabilmente maggiore, considerando che le loro valutazioni non offrono alcun margine di sicurezza.
La tesi d’investimento
L'opportunità di investire nei mercati emergenti in questa fase del ciclo si fonda su quattro fattori chiave: il ruolo crescente dei settori della "new economy" come motore dei mercati, una crescita degli utili più sostenuta, una riduzione strutturale del premio per il rischio rispetto ai mercati sviluppati e una maggiore attenzione agli interessi degli azionisti di minoranza e alla redditività del capitale proprio. A questi elementi si aggiungono fattori strutturali di lungo termine, quali l'espansione della classe media e dei consumi, la maggiore diffusione dei servizi finanziari e la transizione energetica, inclusa la crescente elettrificazione dell'economia. Nel loro insieme, questi fattori delineano un interessante profilo rischio/rendimento per i mercati emergenti, anche tenendo conto dei recenti rialzi.
(Analisi a cura del team Templeton Global Investments)