14 settembre 2026

La trappola della prudenza

Il 40% del patrimonio delle famiglie europee giace infruttifero sui conti correnti: il Cio di UBS WM Italia spiega perché l'attesa e l'incertezza rischiano di costare più della volatilità dei mercati

Un recente rapporto della European Fund and Asset Management Association (EFAMA) evidenzia che i depositi bancari rappresentano circa il 40% del patrimonio complessivo delle famiglie europee, addirittura in aumento rispetto al 37% del 2015.
In Italia, secondo i dati di ABI e Banca d’Italia, alla fine dello scorso anno la liquidità ammontava a quasi il 25% del totale delle attività finanziarie delle famiglie: una quota superiore a quella destinata a fondi pensione e assicurazioni sulla vita, pari al 17,7%.
Allo stesso tempo, il rapporto di EFAMA sottolinea il progressivo deterioramento dei tassi di sostituzione pensionistica, ossia della percentuale dell’ultimo reddito da lavoro mantenuta dopo il pensionamento: dal 46% nel 2026 al 38% entro il 2070.
In altre parole, le future generazioni dovranno fare affidamento sul patrimonio accumulato durante la vita lavorativa per preservare il proprio tenore di vita una volta in pensione.

Questa prospettiva impone una pianificazione attenta e orientata al lungo termine. Eppure, ogni giorno si è esposti a notizie che alimentano l’incertezza: guerre, elezioni, mercati azionari ai massimi e inflazione.
In un contesto simile, la tendenza ad attendere condizioni più favorevoli prima di investire è comprensibile. Così, spesso si finisce per accumulare liquidità senza un piano preciso.
In realtà, lasciare somme sul conto dovrebbe essere una scelta d’investimento all’interno di una strategia più ampia. Questa riserva è spesso essenziale per coprire i prelievi previsti nell’arco di alcuni anni ed evitare di dover disinvestire in una fase sfavorevole. Se eccessiva, tuttavia, espone all’erosione silenziosa dell’inflazione.

Dal 2020, il potere d’acquisto nell’area Euro di un’ipotetica somma di denaro lasciata liquida su un conto corrente si è ridotto di circa il 17%; dal 2000, la contrazione supera il 36% e, dal 1980, raggiunge addirittura l’80%.
Non si tratta soltanto dell’inflazione al consumo: nel tempo aumentano anche i prezzi degli asset finanziari e reali, dalle abitazioni alle imprese quotate.
Anche aspettare troppo ha un costo. I rendimenti reinvestiti generano a loro volta nuovo capitale: è il cosiddetto effetto composto, che amplifica la crescita nel tempo. Per questo, il tempo trascorso sul mercato conta spesso più della ricerca del momento perfetto per investire.
A titolo puramente illustrativo, 100.000 euro investiti al 4% annuo diventerebbero circa 219.000 euro in vent’anni. Rimandando l’investimento di dieci anni e lasciando nel frattempo il capitale infruttifero, il valore finale scenderebbe a circa 148.000 euro.

Naturalmente, investire comporta una certa variabilità. Azioni, obbligazioni e immobili possono attraversare fasi di debolezza, anche marcate. Tuttavia, nel lungo periodo, il pericolo maggiore potrebbe non essere la volatilità, bensì un patrimonio che non cresce abbastanza. Per questo motivo, la costruzione del portafoglio dovrebbe partire dall’orizzonte temporale più che dalle condizioni del momento sui mercati e, naturalmente, prevedere un’ampia diversificazione tra emittenti, aree geografiche e classi di attività.
La liquidità resta indispensabile, ma dovrebbe avere uno scopo preciso e non diventare un ripiego. Poiché è improbabile che si presenti una fase priva di dubbi; attendere condizioni perfette può rivelarsi una trappola.
(Commento a cura di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer, UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia)